ASD, la sola affiliazione al CONI non smentisce finalità lucrative

La dimostrazione dell’affiliazione al CONI di una associazione sportiva dilettantistica non è da sola adeguata a superare il vaglio di contestazioni di maggiori ricavi in virtù del disconoscimento dell’entità non lucrativa dell’ente interessato. La V^ Sezione Civile della Cassazione – con la sentenza 6.06.2019, n. 15323 – ha precisato che, al fine di sconfessare un’eventuale finalità lucrativa da parte dell’associazione sportiva, non risulta sufficiente la veste formale assunta tramite l’iscrizione o l’affiliazione al CONI o a entità da questo riconosciute, in merito all’esercizio di attività sportive dilettantistiche prive di scopi lucrativi.
Ciò che rileva è quindi il dato concreto e sostanziale, stante nell’effettivo svolgimento di attività non connesse in alcun modo alle finalità di cui si discorre (recte: carenza di finalità lucrative): elemento, questo, che non può in alcun modo ritenersi soddisfatto sulla scorta di un dato del tutto estrinseco e neutrale, consistente nell’affiliazione a federazioni sportive comunque riconosciute dal CONI. Come chiarito dalla Suprema corte, quindi, al fine di conservare il diritto a fruire delle agevolazioni fiscali previste per il settore dello sport dilettantistico, non si deve pensare solo alla correttezza e completezza degli aspetti formali, essendo piuttosto necessario avere riguardo ai profili sostanziali delle operazioni concretamente poste in essere dall’ente. Tale orientamento risulta condivisibile in quanto deriva da un evidente presupposto fattuale: se dai comportamenti assunti dall’ente associativo e dai propri associati si può desume l’effettiva sussistenza delle condizioni per la realizzazione delle finalità istituzionali, l’ente sportivo deve essere considerato come tale.
Tali condizioni sono importanti in quanto, nell’ambito operativo del settore di cui ci si occupa, è frequente che, sotto le simulate spoglie di associazioni sportive (principalmente palestre o centri sportivi), si nascondano vere e proprie attività d’impresa, mascherate da associazione al solo fine di godere di un trattamento tributario evidentemente di favore, riservato appunto agli enti non commerciali. Le questioni prospettate vengono poste in evidenza non soltanto per la potenziale “compromissione e pregiudizio” degli interessi erariali, ma anche per i sottesi aspetti derivanti dalla palese “concorrenza sleale” nei confronti degli altri soggetti economici che operano nel pieno rispetto della legge.
Si tratterebbe in tal caso di un fenomeno di “pura evasione” e il nocumento che recano azioni di tal guisa è triplice: in primo luogo si colpisce l’Erario, con un’evidente alterazione del rapporto tributario e della correlata obbligazione d’imposta; in secondo luogo, come accennato, si realizza una concorrenza sleale tra operatori di settore; infine, tali evenienze comportano sicuramente un danno d’immagine notevole rispetto a tutti quei soggetti che in maniera autentica e mirabile operano nel contesto del no profit per finalità tutt’altro che lucrative.

 

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